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Venezia Open Art 2015

Venezia Open Art 2015 – Impressioni

VENEZIA OPEN ART 2015

Promossa dallʼAssociazione Culturale Venezia Open Art – Introduzione Critica: Serenella Minto

“L’arte è una cultura i cui concetti sono espressi in immagini invece che in parole; e l’immaginazione non è una fuga del pensiero, è un pensiero altrettanto rigoroso che il pensiero filosofico o scientifico. Per intenderne la struttura e i processi bisogna studiare le opere d’arte: l’arte è il livello più alto del pensiero immaginativo, come la scienza è il livello più alto del pensiero razionale.” (G. C. Argan)

Per migliaia di anni, compreso l’ultimo secolo, l’Occidente ha vissuto con l’immagine di oggetti mitizzati: le bottiglie e i barattoli di Morandi, les petites madeleines di Proust, la seggiola di Van Gogh, la pipa di Magritte, (e quella di Maigret), i megaliti del Neolitico, le piramidi di El-Giza, il letto di Ulisse, la ciotola in terracotta di Robinson Crusoe…

Oggi, all’inizio del terzo millennio, siamo quasi perseguitati da oggetti del tutto insignificanti: le scatole di plastica ottenute con i punti del supermercato, i terrificanti souvenir delle città turistiche, le confezioni degli ovetti di cioccolata, i giocattoli inutili…

Non esiste luogo o abitazione nel mondo industrializzato e consumistico che non sia colmo, oramai, di oggetti indifferenti che stanno pietrificando la nostra vita interiore.

Per fortuna, esiste l’opera d’arte; ma che cos’è un’opera d’arte? E’ essa stessa un oggetto che ingombrerà il nostro spazio e ci toglierà ogni desiderio di conoscenza?

Oppure siamo davanti ad una specie di antidoto, che trasforma la realtà in fantasia e la fantasia in realtà fondendole in un nuovo mondo totalmente privo di ostacoli all’immaginazione. Ogni opera d’arte ci permette di proiettare il nostro spazio interiore sulle superfici colorate, sui materiali plasmati con sapienza che rimandano riflessi come d’arcobaleno, su piccole graziosissime poesie di carta prive di ogni funzione eccetto quella, straordinaria e stupefacente, di accendere nel nostro cervello la voglia di sognare, ricordare, provare sensazioni, commuoversi, conservare…

Difficile sbarazzarsi di un’opera d’arte, a volte dorme abbandonata in una soffitta polverosa o da un ignaro rigattiere che la rimette in vendita, ed ecco una mano che la rispolvera, la riscopre e ne intuisce il valore. Ça c’est vrai.

Come nasce un’opera d’arte? Non è l’intuizione la principale fonte creativa di un’opera, ma la conoscenza e la tecnica che unite al lavoro, spesso faticoso e a volte anche angosciante, di sperimentare continui nuovi accostamenti di colori, materiali, contrasti, profondità, luci… consente di trovare il giusto equilibrio tra qualcosa che risponde all’idea che l’artista ha nella mente e le regole del fare artistico. Quello che ogni esperto del mondo artistico sa o dovrebbe sapere è che la forma dell’opera d’arte può innalzare la più modesta azione umana o il più semplice degli oggetti alla più alta espressione di poesia o d’ineguagliato splendore. Basta pensare alle già citate bottiglie di Giorgio Morandi, capolavori che riescono a inventare un nuovo spazio senza utilizzare la prospettiva fondata sulla geometria euclidea; o ricordare come Jan Vermeer ha saputo stupire con l’interpretazione dei propri spazi domestici in cui ambientava il suo universo espressivo…

La Rivoluzione Industriale prima, poi il consumismo degli ultimi decenni ci hanno abituati a dare ad ogni cosa una funzione, invece, l’opera d’arte non serve a nulla: non ci permette di accendere il fuoco, né di usarla per sedersi o per dormire, non ha nessuna funzione, non è un ponte né una sedia o un martello… quindi, l’arte potrebbe non servire proprio a nulla.

O no?

Facciamo alcune considerazioni.

Le opere d’arte sono sempre state, nel corso dei millenni, un potente veicolo di propaganda, di cultura o di protesta, a volte anche di aggressione e oltraggio verso i simboli di una società scomoda o difficile. Tant’è vero che, in prossimità dei conflitti del Novecento, artisti appartenenti a varie correnti artistiche avevano denunciato la totale indifferenza della società verso il pericolo di un conflitto, arrivando anche a scuotere gli animi con il grido: l’arte è morta! Eppure, come l’Araba Fenice l’arte è ancora tra noi.

L’opera d’arte deve necessariamente rispondere a determinati requisiti di carattere estetico e questo ruolo le è stato assegnato dalla millenaria cultura che, in Occidente, si era formata sulle regole, i famosi canoni di misura, equilibrio, proporzione, simmetria, che ogni artista cerca di ottenere nel lavorare o plasmare i volumi della materia che ha a disposizione: la creta, il marmo, la pietra o il legno. Quelle stesse regole, matematiche e geometriche, che ci permettono di disegnare su superfici piane come un foglio di carta, la tela o un muro, per riprodurre su due sole dimensioni ciò che la realtà ci permette di osservare con diverse angolature e, soprattutto, per cogliere la terza dimensione. L’invenzione delle discipline di rappresentazione geometrica ha quindi permesso di dipingere la realtà e, naturalmente, la sua interpretazione. L’arte, quindi, pur non avendo una specifica funzione e una destinazione di tipo consumistico ci ha sempre permesso la possibilità di esercitare il libero pensiero e la nostra personale espressività poetica.

Non bisogna però dimenticare che l’arte non è soltanto materia e forma, ma può rappresentare l’infinita ricerca spirituale che ha sempre animato la mente umana. Come la musica, l’arte può riprodurre le nostre sensazioni interiori senza utilizzare immagini reali o fisiche che dir si voglia. Il Novecento è il secolo che ha saputo indicarci anche la strada per ritornare al non-figurativo e all’Astrattismo con artisti che hanno raggiunto la pura melodia attraverso colore e segni anziché le note musicali.

Riflettendo sulle vicende artistiche dell’inizio di questo millennio si deve prima di tutto considerare la presenza di due fattori: la permanenza in questo momento storico di una cultura di tipo estetico e tecnologico che alimentano, entrambi, aspetti di totale spettacolarizzazione sociale. Da un lato l’estetica come immagine del tipo “usa e getta” come se la rappresentazione di un oggetto visivo fosse un semplice prodotto consumistico, dall’altra la continua proposta d’immagini in movimento su sistemi di comunicazione tecnologica, – a iniziare dalla televisione, ormai legata alla preistoria visuale -, attraverso l’utilizzo di computer, cellulari, smartphone, tablet… tutto ciò sta creando un legame sempre più stretto tra la realtà che viviamo quotidianamente e la sua proposizione su pixel in rappresentazioni virtuali: l’immagine su video diventa più “spettacolare”, e quindi commerciabile e consumistica, dell’immagine-forma vista dai nostri occhi.

C’è un pericolo legato alla produzione d’immagini e visioni in continuo movimento e in veloce e transitorio consumo: la caducità, in altre parole, la velocità nell’utilizzo dell’immagine virtuale la rendono effimera e passeggera, pertanto inefficace a produrre qualsiasi riflessione mentale e a diventare, quindi, parte della nostra esperienza culturale.

L’opera d’arte possiede un’arma straordinaria, in altre parole materializza e dà forma all’immagine statica e ferma che in questo modo entra, attraverso i nostri occhi, in modo immediato e senza filtri, nel circuito più potente del nostro corpo: la mente.

Prendiamo in considerazione l’evento “Venezia open Art 2015” che si è svolto il 3 ottobre 2015 negli spazi suggestivi della Sala dei Laneri ai Tolentini, nel Sestiere di Santa Croce.

Bella e intelligente la scelta dei due temi proposti per questa prima Collettiva Internazionale di Arte Contemporanea che si tiene a Venezia, curata e ideata da Alessandra Parmeggiani, Sara Dotto Daniel De Rossi e Marco Bolognini.

Alla manifestazione “Venezia open Art 2015” hanno aderito moltissimi artisti da tutto il mondo che, con le loro opere, ci faranno riflettere sulle suggestioni del pianeta terra e sul mistero della mente umana che, a tutt’oggi, è uno dei tre elementi ancora inesplorati, assieme agli Abissi marini e all’Universo, e quindi ancora materia di studio e indagine.

Guardando un’opera d’arte potremo quindi soffermarci a riflettere chiedendoci, per esempio, cosa stiamo trascurando nella nostra vita quotidiana, al punto che a volte lasciamo scorrere il tempo, giorno dopo giorno, fino a quando esso consuma e trasforma inesorabilmente il nostro destino.

Oppure, possiamo farci guidare dallo sguardo lungo il percorso di un segno o dalla campitura di un colore verso sensazioni di poetica bellezza che solo questo mezzo espressivo può suggerirci. Venezia Open Art creerà un’armonia di suoni e di colori, ed è questo il momento perfetto di fusione estetica che ci condurrà verso una grande meta: riappropriarci del nostro destino.

Serenella Minto

Serenella Minto
Laureata a soli 23 anni e a pieni voti presso l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia con il rettore di Facoltà, prof. Carlo Aymonino. Creativa e ritrattista in pittura e scultura ha realizzato, fra le altre cose, diversi modelli di maschere dai cui calchi sono state ricavate produzioni commerciali. Ha pubblicato poesie e il suo romanzo opera prima, M T W, (Acquistabile su Amazon premendo qui) ha ricevuto il premio internazionale di narrativa "Ada Negri" edizione 2012. All'interno della rivista Marca Aperta collabora con articoli e saggi di critica d'arte. - Sito: www.yvanbeltrame.it

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