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Grande Guerra: Aritiglieria Italiana

Grande Guerra sul Montello

Grande Guerra sul Montello

Fuggire o Morire … Travolti dall’assalto nemico, nel giugno ’18 gli Artiglieri Italiani preferirono la morte alla ritirata

Nei due anni di guerra che avevano preceduto la disfatta di Caporetto, il Generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, con felice preveggenza, aveva individuato nel Piave la linea di resistenza a oltranza lungo la quale l’esercito si sarebbe dovuto rischierare, in caso di sconfitta sul Carso.

Per questa ragione, furono realizzati notevoli lavori di fortificazione sulle sponde del Fiume che sarebbe diventato “sacro alla Patria” e sullo stesso Montello, che venne considerato posizione chiave da tenere a ogni costo, dato che non erano sfuggite all’Alto Comando le concrete possibilità di valico che il tratto del Piave sottostante l’altura avrebbe potuto offrire al nemico, con i suoi isolotti e banchi di sabbia.

Per questo motivo, sul Montello venne schierato un gran numero di truppe e collocate diverse batterie di artiglieria e di bombarde, con il preciso compito di tenere sotto tiro il greto del fiume, onde impedirne l’attraversamento.

Grande Guerra – il 7° Gruppo Bombarde e la terza batteria del 36° Raggruppamento Obici Pesanti

Tra le tante, vanno ricordate il 7° Gruppo Bombarde e la terza batteria del 36° Raggruppamento Obici Pesanti Campali, poiché l’eroismo dei loro comandati e dei serventi e le gravissime perdite subite ne determineranno il passaggio alla Storia.

Sull’altura, le diverse batterie sono schierate diremmo a scacchiera, collocandosi nel mezzo delle linee di trincee occupate dalla fanteria, all’interno delle numerose doline (cavità naturali simili a un imbuto e di varia ampiezza) presenti sul Montello, che assicurano sufficiente protezione a uomini e mezzi.

Proprio questa collocazione rappresenterà per l’artiglieria del Montello un gravissimo handicap, durante l’attacco austroungarico, dal momento che le caratteristiche del terreno, ondulato e boscoso, riducono la visibilità per loro ed anche per le truppe di prima linea a non più di venti o trenta metri al massimo: in simili condizioni, è chiaro che l’aggiramento dei centri di resistenza diventa quasi una formalità, con tutte le conseguenze del caso in termini di cedimento della linea, posto che ben difficilmente combattenti che non siano di primissima qualità possono superare il devastante impatto psicologico dell’attacco alle spalle.

Non c’è dubbio, quindi, sul fatto che poche o nulle possibilità di salvarsi abbiano le batterie di artiglieria, che si troveranno praticamente senza preavviso i nemici già dentro le piazzole.

Tra l’altro, per motivi tuttora difficili da decifrare, pur essendo trascorsi ormai cent’anni da quei giorni, all’alba del 15 giugno 1918 l’artiglieria montelliana rimane quasi silente, a differenza di ciò che invece in quelle ore accade sull’Altipiano di Asiago e sul Grappa, dove i nostri cannoni iniziano un devastante bombardamento addirittura cinque ore prima dell’attacco nemico, con il prevedibile effetto di scompaginare quasi completamente gli attaccanti e determinando in tal modo il fallimento dei piani sin dal primo giorno.

Pertanto, in mancanza di questa tempestiva contropreparazione d’artiglieria, il settore del Montello verrà investito da ben 14.000 uomini in perfetta efficienza, divisi in sei colonne, contro il primo urto dei quali nulla potranno i quasi 5000 Italiani, tra fanti e artiglieri.

Così, quel giorno, nessuno tra i serventi ai pezzi e tra gli ufficiali che li comandano dispone di notizie e menchemeno di ordini precisi, per cui ciascuno dovrà affidarsi a sé stesso e ai propri compagni.

Pur in questo quadro oggettivamente sconfortante, gli Artiglieri rimarranno sul posto e pagheranno un enorme tributo di sangue.

Fin dall’alba, i segnali appaiono inequivocabili, dapprima un breve e concentratissimo bombardamento nemico, poi il frastuono della fucileria, gli scoppi delle bombe a mano e le raffiche di mitragliatrice.

Non è difficile immaginare cosa possano aver provato gli Artiglieri sul Montello, ai quali viene dato ordine di afferrare fucili e munizioni e di prepararsi a combattere da fanti…

Tra i tanti che decidono di resistere sul posto vi sono il Capitano Annibale Caretta, comandante del 7° Gruppo Bombarde e il Tenente Antonio Gorini, comandante della terza batteria del 36° Raggruppamento Obici pesanti campali. A differenza di altri Eroi del Solstizio, non disponiamo di notizie precise su di loro; le fonti di più rapida consultazione ci forniscono solo le motivazioni delle meritate Medaglie d’Oro che vennero a loro concesse.

Sappiamo solo che non fuggirono, ma rimasero in mezzo ai loro uomini, con la pistola in pugno, a difendere i pezzi d’artiglieria che erano stati a loro affidati.

E li difesero fino alla morte, letteralmente.

Quel giorno, solo quel 15 giugno, con Annibale Caretta e Antonio Gorini, caddero altri due capitani, diciassette ufficiali subalterni e 246 uomini di truppa, il cui sacrificio non sarà stato vano dato che solo otto giorni dopo la loro morte, quegli stessi cannoni ritorneranno definitivamente in mani italiane.

Michele Boscato

Michele Boscato
Avvocato trevigiano, cultore di storia e di umanesimo.

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