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La battaglia del Monte Nero

La vittoria sul Monte Nero

Giugno 1915, la prima vittoria: il Monte Nero

Il Monte Tozzo, passato alla storia come Monte Nero, Via Crucis delle prime spallate italiane sul fronte Isontino.

Subito dopo l’entrata in guerra del “Radioso Maggio” 1915, per il Regio Esercito iniziò la via crucis delle famigerate “spallate” sul fronte isontino. Come abbiamo già spiegato nei precedenti articoli, Raffaele Cadorna, Capo di Stato Maggiore del Regio esercito, non brillava per fantasia e duttilità; per lui, esisteva un solo, monolitico piano strategico e un’unica tattica possibile per realizzarlo: sfondare le difese austroungariche sul fronte dell’Isonzo e sul Carso, attraverso poderosi e reiterati attacchi frontali, per giungere a Trieste e più in là, a Lubiana, onde poi piegare su Vienna e pugnalare al cuore il “secolare nemico”.

La prima “spallata” – denominazione coniata dalla stesso Cadorna – venne sferrata un mese dopo la dichiarazione di guerra, dal 23 giugno al 7 luglio 1915 e si concluse con niente più che qualche limitato progresso territoriale, al quale, però, non aveva fatto seguito lo sfondamento del fronte nemico.

Nel quadro delle manovre preparatorie della citata prima vera offensiva italiana, trova però spazio un episodio, forse “minore”, ma che ebbe tanta e tale risonanza persino presso l’opinione pubblica austroungarica, da poter essere, a buon diritto, considerato uno dei caposaldi dell’epopea degli Alpini: la conquista del Monte Nero.

Per riuscire nell’intento di sfondare le difese nemiche sull’Isonzo, gli Italiani dovevano prima risolvere il problema della testa di ponte di Tolmino che gli Austriaci avevano lasciato sulla riva destra del fiume, scaglionando in profondità le difese, che si basavano sulle linee dei due colli di Santa Maria e di Santa Lucia e sul costante flusso di rifornimenti provenienti dalle retrovie austroungariche situate nella retrostante piana di Tolmino e nell’attigua zona di Plezzo.

Stante la necessità di eliminare la testa di ponte, si pensò di aggirarla, occupando il Monte Nero, che incombeva su Tolmino, così da stroncare il traffico dei rifornimenti e, in tal modo, indebolire decisamente le difese di prima linea.

Il Monte Nero

Il Monte – alto 2445 mt. – si chiamava in realtà Krn, (in italiano, “tozzo”), ma passò alla storia come Nero, a causa di un banale errore del cartografo militare, che confuse il nome originale, che iniziava per K, con la simile parola slovena Crn, che in italiano significa per l’appunto “nero”.

L’elaborazione del piano d’attacco fu affidata al Generale  Donato Etna, singolare figura di soldato – del quale si diceva che fosse figlio naturale di Vittorio Emanuele II – entrato appena ventunenne negli Alpini, per rimanervi tutta la vita.

Si decise per una manovra avvolgente, nel senso che la cima del Monte sarebbe stata presa, passando attraverso l’occupazione dei due contrafforti laterali, il Vrata e il Kozliak; una volta occupata saldamente la cima, le truppe di rincalzo avrebbero dovuto discendere in pianura, per colpire alle spalle Tolmino.

Naturalmente, la missione fu affidata alle truppe alpine, ossia al 3° Reggimento Alpini, viste le oggettive difficoltà tecniche dell’ascensione: la 35° Compagnia del Battaglione Susa, comandata dal Capitano Vittorio Varese avrebbe attaccato il Vrata, mentre la 84° del battaglione Exilles, comandata dal Capitano  Vincenzo Albarello e preceduta dal plotone esploratori del Tenente Vincenzo Picco – il quale cadrà durante l’azione – sarebbe salita sul Kozliak. Le due compagnie si mettono in movimento nella notte tra il 15 e il 16 giugno 1915.

Il nemico è in allerta, conscio com’è dell’importanza tattica del Monte, per cui è imperativo salire nel silenzio più assoluto, gli Alpini, armati di fucile e bombe a mano, tolgono scarpe chiodate, fasciano i piedi e iniziano la salita. Nessuno fiata e la sorte fa sì che alle orecchie dei presidi austriaci non giunga nemmeno uno dei classici suoni provenienti da truppe nemiche in avvicinamento: il tintinnio dei caricatori dentro le giberne, la canna del fucile che urta la borraccia il tascapane colmo di bombe a mano.

Inizia la marcia

La marcia di avvicinamento si conclude alle 2.30 del 16 giugno, allorché entrambe le compagnie sono in posizione; il silenzio mantenuto durante la salita permette agli Alpini di gettarsi dentro le trincee nemiche, prendendo assolutamente di sorpresa il nemico. Vrata e Kozliak sono presi in pochi minuti, dopo un rapido corpo a corpo; si tratta ora di salire sulla cresta sommitale del Monte Nero, le cui difese sono state messe in allarme dal rumore dei combattimenti svoltisi a poche decine di metri di distanza.

Ma in quel 16 giugno, pare proprio che una forza soprannaturale guidi gli Alpini, all’impeto dei quali nessun nemico riesce a resistere: nonostante il fuoco proveniente dalla cima, le due colonne si riuniscono a una trentina di metri dal trincerone principale e, dopo un nutrito lancio di bombe a mano, si lanciano all’attacco, entrano nella trincea e sgominano letteralmente gli avversari a colpi di baionetta.

Le difese del Monte Nero hanno ceduto di schianto nel volgere di poche decine di minuti, lasciando nelle mani degli Alpini, qualche centinaio di prigionieri e diverse mitragliatrici.

Una grande impresa

La straordinarietà dell’impresa compiuta dagli Alpini colpì anche la stampa austriaca, tanto che una giornalista viennese, Alice Schalek, corrispondente di guerra in quel settore, riferirà qualche tempo dopo che “quando al fronte si parlava della vittoria degli Alpini sul Monte Nero, si soleva aggiungere “Giù il cappello di fronte agli Alpini, questo è stato un colpo da maestro””.

Purtroppo, come tanto spesso accade nella nostra Grande Guerra, una così riuscita impresa non produsse risultati ulteriori, dal momento che – falliti alcuni contrattacchi, respinti dagli Alpini – gli Austroungarici non sacrificarono altri uomini e iniziarono immediatamente a martellare la cima con l’artiglieria, impedendo la discesa finale verso Tolmino e determinando, di conseguenza, il fallimento dell’intera battaglia.

Ma tutto ciò non offuscò minimamente il valore espresso dalle truppe alpine, tanto che le bandiere di guerra dei battaglioni Susa ed Exilles vennero decorate di Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: “I battaglioni Exilles e Susa con mirabile ardimento, con abnegazione e tenacia, superando difficoltà ritenute insormontabili, dopo lotta accanita e cruenta, sloggiarono, di sorpresa il nemico da Monte Nero, che assicurarono alle armi (15 – 16 Giugno 1915 – Boll. Uff. anno 1916, Disp. 66^), così come i Comandanti delle due Compagnie impegnate nell’azione. il Capitano Albarello con il prestigioso Ordine Militare di Savoia ed il Capitano Varese della Medaglia al Valor Militare (entrambi però, non sopravvivranno alla Grande Guerra).

Di quell’azione gloriosa, resta l’eco nelle parole e nella musica di una celebre canzone alpina ad essa dedicata e composta in trincea a caldo, nei giorni immediatamente seguenti il combattimento: “Monte Nero”

Michele Boscato

Michele Boscato
Avvocato trevigiano, cultore di storia e di umanesimo.

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