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Intervista a Marco Camperi - Lube Volley

Intervista a Marco Camperi – Lube Volley

Marco Camperi

Un allenatore di petto

La pallavolo è la sua vita. Vice allenatore dell’A.S. Lube Volley Campione d’Italia ci racconta la nuova esperienza professionale e quali sono i suoi progetti.

  • Quali sono le emozioni a lavorare in una grande squadra?
    Principalmente alla Lube si gioca per vincere. Non è consentito pensare a una partita come se fosse una partita di poco conto o meno importante, sia che si giochi con una squadra top oppure con una squadra più debole, qua si gioca per vincere sempre. Ne deriva che lo stress che si vive ogni giorno è notevole, ma parallelamente gli stimoli sono tanti e l’asticella è sempre tenuta in alto, si vive sempre al massimo.
  • Nella pallavolo ci sono delle potenzialità che possono essere sviluppate?
    Le potenzialità sono veramente enormi. La comunicazione potrebbe essere più efficace per arrivare a maggior pubblico: i risultati sportivi delle squadre italiane sono di primo livello, anche in campo europeo e internazionale, quindi bisogna “sfruttare” meglio questa visibilità creata dai risultati.
  • Di cosa si occupa all’interno della squadra?
    Il mio ruolo principale all’interno della Lube è quello di studiare gli avversari e creare le strategie migliori per vincere. Fondamentalmente bisogna vedere molte gare degli avversari e preparare la propria squadra affinché sappia cosa potrà incontrare in partita e sia in grado di sviluppare un gioco tale da evidenziare i punti deboli di un avversario e possa limitare le cose che invece sa fare bene. Inoltre seguo personalmente alcune parti dell’allenamento e poi sono di supporto al primo allenatore, con cui esiste un confronto continuo per accrescere il livello del nostro lavoro.
  • Ci spiega quali sono le differenze tra la pallavolo italiana ed estera?
    Partendo dall’aspetto tecnico e fisico posso tranquillamente dire che l’Italia ha meno centimetri (in altezza) su determinati ruoli (centrali in primis) rispetto alle altre nazionali top e, ultimamente, c’è stata un po’ di scarsità di giocatori nel ruolo di posto quattro; mentre nell’aspetto tecnico generale siamo abbastanza all’avanguardia, i tecnici italiani lavorano costantemente con tanti top club nei migliori campionati europei, abbiamo una buonissima scuola e siamo molto ricercati, inoltre abbiamo una storia anche a livello di nazionali, dove ultimamente abbiamo vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi. Sotto l’aspetto manageriale mi piacerebbe che si guardasse la Polonia, che riesce a riempire uno stadio di calcio per una partita di pallavolo, mentre da noi al massimo arriviamo dalle ottomila alle diecimila unità.
  • Qual è la maggiore soddisfazione nel lavorare in una squadra di alto profilo?
    Lavorando con i top player impari a capire come gestire personalità fortissime: a questi giocatori non serve che tu debba costantemente spiegare come fare una battuta e una schiacciata, con loro c’è da capire come “mettere a punto la macchina”, quanto e come vanno allenati, né troppo poco, né molto, il compito più difficile è portarli preparati alle partite, e in particolar modo a quelle di fine stagione, quelle che assegnano i titoli.
  • Se diventasse primo allenatore preferirebbe una squadra di club o la nazionale?
    Penso che allenare la propria squadra nazionale sia il desiderio di ogni bambino: spero di riuscirci grazie a quello che avrò imparato nel mio percorso professionale, ma quella è la cima della montagna, diciamo che ora come ora ho appena fatto pochi passi e la salita è ancora lunga.

Marca Aperta

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