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Intervista a Michela Vianello

Intervista a Michela Vianello

Michela Vianello

Il tempo è la mia musa.

  • Come si definisce Michela Vianello?
    Non credo di dovermi definire solo perché faccio il mestiere dell’artista. In fondo, un artista, non ha nulla fuori dal comune e credo che il cliché dell’artista dalla personalità volubile non sia altro che un modo di giustificare colui che vive delle proprie passioni. Personalmente sono esattamente come qualsiasi altro ricercatore o pensatore, che cerca, a seconda dei casi, di interpretare una data realtà o di cercare una verità. E lo faccio con dedizione, disciplina e passione.
  • Quali sono i suoi caratteri artistici?
    È la poetica interiore che mi permette di esprimere, attraverso l’opera, una costruzione intellettiva legata al concetto profondo del sé e alla sua scoperta, scorporandolo da ogni sovrastruttura che ne possa limitare l’accadere esperienziale.
    È la libertà di percorrere il tempo sottraendomi allo spazio, permettendomi così uno sguardo sull’esistenza intima, che va difesa dal vuoto assoluto.
    Sì, direi proprio che poetica e libertà siano i miei principali caratteri artistici.
  • Dove trae la sua ispirazione?
    Sempre dentro di me. La mia ricerca artistica è volta alla ricerca del tempo/non tempo ovvero al tempo del profondo, al tempo della coazione, al tempo dell’esperienza spirituale, dell’incontro con il mistero che non cessa mai di cambiare. Non v’è nessun altro luogo nel cosmo dove io possa trovare ispirazione se non guardando attentamente dentro me stessa, tendendomi verso un’interrogazione del sé e scoprendo che forse quel sé, ogni sé, rappresenta quel frammento di cosmo che ispira.
  • Qual è la sua sorgente di vita?
    L’armonia “vivente” ovvero quell’armonia disposta a confrontarsi con l’essere umano nella sua interezza, disposta, in uno sforzo intellettuale e viscerale insieme, a dar voce a ciò che è silente, l’altro lato dell’esistenza così come banalmente la conosciamo, quello nascosto, se vogliamo, ma profondamente sentito.
  • Lei ha girato il mondo con la sua arte, qual è la città che le piace maggiormente?
    Sarebbe facile e forse più alla moda rispondere New York, o Parigi, o Londra o Hong Kong. Rispondo Venezia. La mia città. Non solo perché ci sono nata e ci sono visceralmente legata. Ma perché c’è qualcosa di profondo in questo luogo. Non saprei spiegarlo, è un feeling che sento a pelle. Ho girato molto, è vero, e nonostante molte città trasmettano un’energia fremente, palpitante, adatta a molti artisti le ho trovate mancanti di quel tipo di armonia di cui parlavo poco fa e di cui io ho bisogno non solo per creare ma anche come persona.
  • Con i maggiori interpreti artistici, quali sono gli stimoli nel vivere insieme momenti di condivisione?
    Sono passati molti anni ma ricordo con affetto il periodo dei miei esordi in pittura, quando caricavo sogni e speranze, ovvero le mie prime opere, sul furgone di Sara Campesan e con lei partivo verso qualche esposizione. La condivisione allora era più semplicemente un ricevere e un imparare. Le racconto un aneddoto: mi trovavo a Cesenatico con Sara Campesan e Mimmo Rotella dove eravamo stati invitati a esporre alcune opere quali testimonianza sul tema “arte e scienza” all’interno di una tavola rotonda alla quale partecipava anche Rita Levi Montalcini. Ebbene, ricordo che proprio al termine del pomeriggio di confronto fra artisti ed esponenti del mondo della scienza, con Mimmo Rotella ci sedemmo su un divano e lì lui se ne uscì con una frase che più o meno suonava così “ se vuoi fare arte devi puntare a essere un artista di serie A sennò mettiti a fare l’uncinetto che così ti risparmi un sacco di noie”. Ecco questo suo consiglio o avvertimento avrebbe potuto anche spaventarmi visto la mia giovane età di allora invece mi confermò la realtà più cruda, che già sospettavo, per nulla sognante, del “fare” arte in quanto Arte senza mai accontentarsi di alcun compromesso.
  • Tra i tanti riconoscimenti ricevuti, quale le ha regalato maggiore soddisfazione?
    Il cavalierato dell’arte, senz’ombra di dubbio. Ma non parlerei propriamente di soddisfazione.
    Sono stata insignita del titolo di Cavaliere dell’Arte pochi mesi dopo la scomparsa di mia madre. Non avevo, in quel preciso momento storico della mia esistenza, la consapevolezza di quel che era appena accaduto e di quello che mi stava accadendo. So solo che appena fui informata del riconoscimento pensai a lei, a mia madre intendo, e a ciò che mi aveva trasmesso in vita: avere forza, avere fede in sé stessi e non mollare mai. E quindi questo riconoscimento, in cuor mio, l’ho sempre sentito suo.
  • L’arte in Italia o l’arte internazionale, quale preferisce?
    Non penso che l’arte, in quanto linguaggio universale, sia circoscrivibile a confini nazionali. Sono per l’arte globale pur comprendendo le sfumature che ogni cultura, ogni società, può trasmettere attraverso l’opera artistica ed è proprio questa la bellezza dell’arte intesa fine a sé stessa: la sua mondialità.
  • Lasci un messaggio ai nostri lettori …
    Ci sono temi centrali che accompagnano la riflessione di ogni essere umano all’interno della società in cui viviamo. Fra questi si colloca il tempo della futilità, il tempo che ha perduta l’irrevocabilità, caratteristica tragica, a mio avviso, del troppo veloce progresso che abbiamo abbracciato.
    Lasciare, con coraggio, che il corpo dei nostri pensieri ci permetta di attraversare il visibile, alla ricerca di un suo sfondamento; vedere oltre l’esteriorità, andare oltre i canoni estetici imposti, avventurarsi nel passaggio stretto che porta al disvelamento dell’essere, insomma abbandonarsi al “sapere aude”.

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